Il ritratto della massa ~ di Carolina Lio

5 giugno 2015
Pierre Molin

José Ortega y Gasset nel 1930 teorizzava la nascita dell’uomo-massa. Questo individuo che si nutre di collettivismo nasce dalla stabilità e dall’ordine sociale e smette di interrogarsi sulla natura del bene e del male. Infatti, la sua sicurezza morale si basa non sull’auto-analisi, ma sulla consapevolezza di essere come tutti gli altri. Secondo il filosofo spagnolo, questa è volgarità e all’uomo-massa basterebbe veramente poco per cadere nella barbaria. Chi non è come gli altri corre il rischio di essere eliminato e chi non è come gli altri si riconosce perchè si dà delle regole, perchè vive in una sorte di servilismo verso i propri ideali. Per dirla con le parole di Goethe: “Vivere a proprio gusto è da plebeo; l’animo nobile aspira a un ordine e alla legge”. L’uomo-massa, invece, aspira a una libertà senza limiti, al caos. Vede la vita facile, non ne coglie il lato tragico. E’ superficiale. Igor Molin si concentra sull’uomo-massa inserendolo nel suo habitat base: luoghi confusionari, rumorosi, straripanti di elementi, collage di comunicazioni che non approdano a nulla, tonalità sgarcianti, patinature forzate. I suoi soggetti sono rappresentati nel momento in cui si espongono pubblicamente, quando entrano in relazione con i loro simili – con il resto della massa – e annullano completamente la propria coscienza di individui. Il protagonista preferenziale del suo lavoro è la dimensione giovanile, che si adatta meglio di tutte anche alla definizione di Ortega per il semplice fatto di poter vivere appieno dell’irresponsabilità di cui si nutre l’uomo-massa ideale. Per quanto il fenomo sia sociale, e non generazionale, esso infatti attecchisce meglio e in modo più evidente nell’ansia di accettazione giovanile che abbraccia l’omologazione e la sua falsa promessa di libertà. Ed il concetto del falso/finto è decisamente importante e presente nel lavoro dell’artista. La sua pittura, che qualche anno fa era estremamente realista, si è spostata sempre di più verso l’eccesso, arrivando a diventare una caricatura, rappresentando l’artificialità forzata che cerchiamo di imporre al nostro quotidiano. Il quadro, che già di sua natura è sempre falso, perchè imita e non è la realtà originale, diventa in questo caso finzione totale, teatro, recitazione. Mette a nudo il gioco dei ruoli imposti che le persone attuano ogni giorno nel tentativo di non sembrare se stessi ma un modello astratto, un uomo-massa idealizzato secondo i canoni, sorridente, felice, colorato, prestante, realizzato, amato. Jean Cocteau scrive che “La massa può amare un poeta solo per un malinteso”. L’amore inteso per la massa è, infatti, un amore stereotipato, pubblicitario, che detesta l’individuo particolare e va alla ricerca di una generalizzazione. La pubblicità, tutta, cerca di convincere l’umanità che esiste uno standard della figura umana che è impossibile non amare, costruisce un uomo-medio che anche un uomo-modello, che coincide con l’uomo-massa e che è subdolamente proposto come soluzione universalmente giusta. Per il linguista Noam Chomsky, considerato uno dei maggiori intellettuali dei nostri giorni, “La globalizzazione non è un fenomeno naturale, ma un fenomeno politico concepito per raggiungere obiettivi ben precisi”. Bastano solo i titoli di alcuni suoi libri, primo tra tutti “La fabbrica del consenso”, per capire la sua forte critica al sistema della comunicazione e dell’omologazione a cui bisogna adeguarsi perchè solo così – il mondo sembra dire – si potrà essere amati. La pubblicità e i media entrano fortemente nelle nuove opere di Igor Molin, che come Mimmo Rotella attua una specie di decollage, ma di senso contrario. Nelle sue opere, infatti, ci sono dei campi dove immagini pubblicitarie si mischiano, si sovrappongono e si sovrappongono con il soggetto vero e proprio del dipinto effettuando un’operazione di denuncia verso l’artificialità dei costumi. Inoltre, la caoticità dei vari pezzi e brandelli, che si muovono in modo casuale, conduce immediatamente all’idea di una distruzione in atto. Con che parole inizia uno dei romanzi più famosi sull’omologazione umana? “Era una gioia appiccare il fuoco. Era una gioia speciale vedere le cose divorate”. E’ naturalmente l’incipit di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, romanzo fantascientifico di una società che bruciava i libri per bruciare le idee e che concentrava tutto il suo potere nei media e nell’adorazione del modello ideale dell’uomo-massa. Apparentemente liberi e felici, i membri di questo strano sistema sociale, vivevano nell’ignoranza di sé e nell’ottusità. Per tornare a un concetto di José Ortega y Gasset, l’uomo massa si considera di fatto libero, ma gode sempre e solo di una libertà di reazione, mentre l’azione come moto spontaneo, genuino e nobile, non viene concepita dalla massa, che è capace solo di comportarsi in relazione a quello che accade e non di essere veramente autonoma. I protagonisti di Igor Molin vivono quindi in una libertà senza autonomia. E’ libertà ed è democrazia perchè sono consenzientemente omologati a un sistema e la loro felicità dipende dal sentirsi adatti a una serie di valori sociali e politici che si danno per scontati, ma non sono autonomi perchè si muovono solo ed esclusivamente nel ventaglio delle possibilità offerte dalla società massificata. Le loro posizioni sono un puzzle su un piano prestabilito e formano un perfetto incasellamento dove tutto combacia. Infatti, nei quadri di Molin, i vari personaggi sono incastrati l’uno all’altro, l’uno finisce dove l’altro ha inizio, sono tessere di un mosaico, e i pochi spazi vuoti sono riempiti da coriandoli di pubblicità che rendono l’atmosfera opprimente. Non c’è aria. Si guardano attorno smarriti, si mettono in posa, sono l’uno attaccato all’altro eppure non si notano. Concentrati in se stessi, vedono gli altri solo come strumento di paragone verso una somiglianza generale che cercano disperatamente. Ognuno di loro è un “genio della massa”, come li definisce Charles Bukowski in una sua poesia. Ognuno si sente migliore degli altri per il paradosso di assomigliargli. In questo clima di mutua dipendenza l’uno dall’altro, di demonizzazione della solitudine e di competizione esasperata per essere i “più uguali degli altri” in un mondo dove “tutti sono uguali”, come ne La fattoria degli animali di George Orwell, tutti sono troppo impegnati nell’idea di farsi accettare per avere il tempo di accettare qualcun altro. E i loro sguardi, infatti, non si incrociano mai. Indifferenti, come i personaggi di Moravia, o come Lo straniero di Camus, sono meno però soggetti meno poetici, ombre colorate e kitsch, vittime di una volgarità che li diverte.

– di Carolina Lio

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