La chorégraphie urbaine ~ di Vincent Delaury

5 giugno 2015
Pierre Molin

La coreografia urbana di Igor Molin Igor Molin, laureato all’Accademia di Belle Arti di Venezia, è nato (nel 1981) e vive a Burano, in una casa rosa che si affaccia sulla laguna. Quest’isola a nord della Serenissima è particolarmente famosa per le sue coloratissime case che, attaccate l’una all’altra, formano un patchwork variegato molto simile a un collage a grandezza naturale. Colori sgargianti, edifici decisi, linee spezzate, passaggi e rotture, motivi frammentari, aplat di cielo blu, turisti su di giri: è evidente che questo artista, per il quale l’esperienza visiva è basilare per catturare il reale, si ispira ai luoghi della sua infanzia e vita. Burano, grazie al suo fascino pittoresco, è da sempre meta turistica. Sembrerebbe che Molin, come Dalí con il piccolo porto Lligat de Cadaqués, parta dall’ultra-locale per raggiungere l’universale. Infatti, di cosa ci parla questo pittore nelle sue opere se non di un turismo di massa generalizzato, di un’industria culturale globalizzata e di una gioventù contemporanea che sembra ovunque la stessa, che si tratti di Burano, Parigi, Tokyo, Buenos Aires o New York? È l’uniformazione delle masse attraverso il trionfo del capitalismo e la globalizzazione del martellamento pubblicitario. Ovunque gli stessi codici del vestiario (identici segni di identità), gli stessi colori (soprattutto il bianco e il blu), gli stessi accessori (jeans, t-shirt, zainetti, occhiali da sole, infradito…), gli stessi cartelloni pubblicitari dai colori dissonanti e con la stessa imposizione commerciale (CONSUMARE) e gli stessi hobby culturali: ci si copia gli uni con gli altri, si percorrono su e giù i circuiti imposti dei musei-parchi divertimento e i centri culturali urbani, perennemente con il cono gelato in mano. In breve, l’arte come prodotto di consumo. Ma bisogna diffidare del panurgismo ambientale e dello spirito gregario: ricordiamoci cosa hanno saputo dare alla storia… Il nostro mondo della standardizzazione, della velocità, del baccano e del rubinetto di immagini sembra vietare la lentezza, seppur propizia alla meditazione. Nel suo Omaggio a Jackson Pollock (acrilico/olio su tela, 90×90 cm, 2010), Molin mostra quattro giovani visitatori davanti alle tele del maestro dell’Action Painting. Stanno guardando le opere? No! Due indossano gli occhiali da sole, accessorio che rende assai difficile la contemplazione e il contatto con il lavoro del pittore. E tutti, agghindati con le stesse maniche corte e le stesse borse (a zaino o a tracolla), sono chiaramente più preoccupati di guardare chi li osserva, cioè noi in quanto osservatori del quadro di Molin, piuttosto che di lasciarsi sorprendere dall’emozione estetica che può procurare un’opera d’arte. Se non si sta attenti, la società dello spettacolo, associata al consumerismo sfrenato, forma uno schermo che ci distanzia dal mondo reale, dalle sue sensazioni, sfumature e peculiarità. In un testo che il pittore italiano ha voluto trasmetterci, egli precisa: “Questo mio ultimo modo di esprimermi mette un po’ in discussione alcuni valori pittorici e iconografici su cui avevo impostato la mia ricerca. In realtà i soggetti sono sempre un pretesto per “denunciare” in modo sottile l’omologazione giovanile nei momenti di massima esposizione pubblica. Lo strappo, la casualità, il colore spruzzato e applicato irregolarmente ha la pretesa di ribadire il concetto. Quasi che la superficie pittorica diventi un qualcosa di fragile, deteriorato; e che il colore in questo abbia valore superficiale. Come gran parte del mondo giovanile contemporaneo. Apparentemente spensierata e gaia, questa nuova generazione di individui porta con sè le lacerazioni e la superficialità dell’omologazione, esternandola con colori accesi e atteggiamenti noncuranti del proprio esistere. E’ ovvio il richiamo ai cartelloni pubblicitari, che al contrario di Mimmo Rotella mi servono per contestualizzare questa mia poetica della superficialità, specchio della contemporaneità. Giovani al muro che si lasciano scoprire e deteriorare…come un muro ben affrescato…ma malato dove in alcuni punti emerge, tra i colori brillanti, una semplice sinopia”. Un abbozzo molto semplice… Perché, sì, c’è della speranza in Molin. Dietro la folla, bisogna ritrovare l’individuo. Le sue immagini lasciano trasparire, dietro la banalità di un tizio pigro, un turista che lecca un gelato o studia la mappa di una città-museo a cielo aperto, uno schizzo a matita, un raffinato abbozzo, una macchia di colore liberatrice o ancora un uccello che spiega le ali, come segno precursore di libertà. L’amico Giovanni Blanco osserva che, nelle scene di strade variopinte da percorrere come altrettante alchimie colorate, bisogna scoprire “degli elementi bizzarri, una sorta di virus dell’insolito, frutto di una dimensione simbolica e pubblicitaria che, la maggior parte delle volte, fungono da chiave di lettura nel processo della rappresentazione. (…) Molin ci fa immergere nell’onirico universo dei contrari dove, nell’apparente normalità delle posture dei soggetti, egli inserisce alcuni elementi di rottura: un pesce tenuto in mano con la stessa naturalezza di come si tiene una borsetta, una mosca che si posa sull’abito di un passante, come si trattasse di una presenza metafisica”. E Igor Molin precisa: “nelle mie rappresentazioni, racconto momenti, istanti di vita, storie, sempre con dei motivi raffiguranti la gioventù”. Tra Figurazione narrativa e Nuovo Realismo, lavora con le “mitologie quotidiane” (scatta foto per strada o le “ruba” ai suoi allievi) e si serve della “pelle dei muri della città” (cartelloni, giornali, riviste, volantini pubblicitari…) per realizzare i suoi puzzle pittorici. Se questo sismografo delle realtà collettive del nostro spazio urbano intende (di)mostrare la superficialità della gioventù attuale, non lavora però contro di lei. Non ne facciamo un reazionario! La sua “poetica della superficialità” passa da un’arte delle superfici padroneggiata e affermata (aplat di colori stile Pop Art) e da una certa seduzione che viene, probabilmente, dall’ingenuità dei teenager rappresentati e dall’età in cui tutto è possibile, cioè la giovinezza. Lo sappiamo, una freschezza adolescente permette di alleggerirsi del peso, a volte troppo ingombrante o addirittura sclerosante, del passato. Nella loro hit Superficiel et léger (1992), Michel Berger e France Gall cantavano: “Bisognerebbe nascere superficiali e leggeri. Come vorremmo certe sere poter dimenticare i figli della nostra storia. Poter cancellare un po’ il peso delle nostre memorie. Superficiali e leggeri. Come un neonato. Tornare a essere fragili. Come questo uccello delle isole che spiega le sue ali. Plana e scende sul mare, così bello, infinitamente leggero”. Questo pittore, all’incrocio fra i grandi coloristi veneziani (che egli ammira), la Pop Art, la Figurazione narrativa e l’Iperrealismo, ama la seduzione del fare pittorico. Il soggetto non soffoca il mezzo pittorico. Bisogna vedere con quale piacere Molin ama rendere la pelle, la tipografia, i riflessi, gli abiti, ecc. Nel suo quadretto Abbronzatura lunare (acrilico/olio su tela, 21×23 cm, 2009), la grana della pelle della giovane ragazza addormentata al chiaro di luna raggiunge l’aspetto vellutato del supporto (una tela a grana spessa). Ritorna quindi in mente la frase del “nabi” Maurice Denis : “Bisogna ricordarsi che un quadro, prima di essere un cavallo di battaglia, una donna nuda o un qualsiasi aneddoto, è essenzialmente una superficie piana di colori assemblati in un certo ordine”. Dietro l’aspetto sociologico del suo approccio (studiare i giovani, le folle, le situazioni sociali), Igor Molin resta prima di tutto un pittore. I suoi quadri panoramici, a volte distribuiti in dittico o polittico, comportano uno scorrimento dello sguardo per catturare ogni dettaglio, invitando a una sorta di narrazione cinematografica. Tratti dalla commedia urbana, i suoi personaggi sembrano muoversi in storie che loro stessi si raccontano o che ci si racconta. Ed è questo andirivieni tra coreografie urbane e pellegrinaggi pittorici nei movimenti artistici a essere il sale della sua pittura narrativa.

– di Vincent Delaury

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