Un art du Desénchantement du monde ~ di Cecilia Di Bona

5 giugno 2015
Pierre Molin

Scorrendo, assorti e muti nella contemplazione, le belle, sapientemente naturaliste e sempre senza affettazione, tele di Igor Molin, non uno sguardo che fuoriesca dalla tela e che ti fissi intensamente e che ti dica ‘guardami, sono qui, nella mia semplicità, forse nella mia miseria, ma con tanti desideri, sogni, speranze dentro!’. Nessuno che veramente ti interroghi, si interroghi su dove stiamo andando e per quale motivo. Certo, la ragazzina che mangia il chupa chups, ti strizza l’occhio…ma tu non comprendi che cosa voglia dirti[1]. Con sovrana maestria, e la chiara tavolozza dei maestri della pittura veneta del Seicento e del Settecento, Igor Molin rappresenta in grandi, compositi affreschi, la scena del teatro del mondo umano con la naturalezza dell’artista che ha il coraggio di rappresentare l’umanità così come essa è. Vero è che, rispetto alle composizioni composte e socialmente gerarchizzate delle grandi pitture sociali dei maestri veneziano del Seicento e del Settecento, si sono per così dire ‘rotte le file’…ma forse anche le fila ..di un’esistenza che occupi un suo posto preciso nella società, nel ciclo delle vite e delle morti e che con le mani costruisca qualcosa, come le laboriose, sapienti mani delle vecchine che a Burano –popolare, antica, cittadina sull’acqua, luogo natale dell’artista- con l’uncinetto e al tombolo fanno pizzi e merletti …..come icone delle antiche, misteriose parche. Certo , come scrisse Pirandello nel Saggio sull’umorismo: “La vita è più spesso commedia che tragedia” [2] e dall’esempio che egli porta contestualmente quello della donna che non più giovane si imbelletta per apparire più giovane e più attraente al marito, per cui ciò che suscita ilarità negli altri che vedendola ne ridono, magari sarcasticamente, per lei intimamente è tragedia ., Accanto ad una certa gioia di vivere, che pure è presente, questo smarrimento che non ha neppure coscienza di essere tale. Tutto procede, tutti gli uomini persi dentro oceaniche folle, sembrano avanzare, insensatamente, a grandi passi verso il nulla. Gli uomini sono presi dentro a gruppi umani che si trasformano in folle anonime: nessuno sembra in grado di ergersi oltre il flusso che lo trascina come in un girone che se non è infernale, pure a qualcosa del gruppo degli ignavi, di dantesca memoria, di coloro che non seppero né acconsentire, né dissentire…in una parola di coloro che non ebbero il coraggio quando esso sarebbe stato più che necessario, drammaticamente necessario, di accogliere o di rifiutare un’azione giusta o ingiusta. Dalla pittura di Igor Molin sembra fuoriuscire un grido muto, un grido che dice che occorre lottare contro lo scoraggiamento e la resa e che il punto d’origine di questo è la coscienza, una coscienza che non si sia anestetizzata con la micidiale mistura della sazietà, fino alla saturazione, dell’ozio di un vagabondare che passa infinitamente davanti agli stessi luoghi agli stessi volti senza riuscire a vedere nulla, dell’euforia e ebbrezza senza una vera gioia dentro. Gli uomini hanno dimenticato che essi non sono dei, che gioie, dolori, vecchiaia segnano il volto dell’uomo e che poter dire un giorno come il grande poeta cileno Pablo Neruda, ‘Confesso che ho vissuto’ è la più toccante, profonda, confessione di amore, di un amore sconfinato per la vita. Quale vita? Quella vita che si sia amata intimamente fino alla follia, per onorare la quale si sia vissuto, si sia lottato, si sia sperato, si sia riso fino alle lacrime, e si sia pianto. Lucida, solare, di una traslucida, equorea, consistenza, fino ad essere come una grande lente, la lente di un microscopio di un antropologo, di un sociologo che faccia emergere sotto i nostri occhi, increduli, la nudità biologica del lasciarsi vivere, l’arte di Igor Molin è come uno specchio, uno specchio che ci rivela quello che non vorremmo vedere. L’arte di Igor Molin è come una candid camera, camera segreta che abbia saputo cogliere il momento in cui la coscienza stava per essere soffocata, sommersa dalla compulsione a ripetere: nutrirsi, deambulare, sorridere in un atto effimero e quasi istintivo…così, senza la coscienza del tempo. Ma questo tempo non ci è, forse, come un tempo finito? Non è un tempo che ci è dato per conferirgli un senso attraverso una ricerca che è forse, sia pur un po’inconsciamente, di felicità, di verità, d’amore? Ed in certi momenti contemplando questa pitture create con grande penetrazione psicologica, affiora un sentimento di désarroi, come un turbamento, un’inquietudine strana che non sa emergere che serpeggia sotterrane e che avvelena l’animo. Insorge l’angoscia che in questi gruppi umani, spesso, in piccolo già masse, non si trovi un uomo vivo. Il timore è che non si trovi neppure un saggio, un semplice, un bambino con la su ingenuità e il suo desiderio di vivere L’originalità, è il caso di sottolinearlo dell’opera pittorica di Igor Molin sta in questa sapiente mistura di gioia di vivere, di estroversione, di apparente libertà espressa nelle attitudini provocatorie e iconoclaste, nelle smorfie e dei bronci dipinti su alcuni volti e dell’intimo vuoto esistenziale che anche il sorriso, i bei corpi i bei volti immersi nella luce del sole non sanno occultare…come se il piacere non avesse radici più profonde, come se esso non fosse più espressione di un desiderio a lungo coltivato e nascosto per qualcuno osservato da lontano, poi il cui sguardo incrociato furtivamente . Persino i ragazzini in gita scolastica a Venezia, ti girano le spalle, e avanzano ingruppati verso una meta ignota. Come aveva compreso Massimo Cacciari[3], l’ ‘uomo grigio’ quello che si lascia vivere, che piega ogni valore ai suoi propri interessi e bisogni, che non riconosce di avere alcuna responsabilità che rivendica per sé la libertà sciolta da ogni vincolo famigliare del single… oggi è anche una donna, in nome, magari, di una malintesa rivendicazione femminista abiurando al suo ruolo…di umanizzare il mondo di renderlo più sensibile ai bisogni dei piccoli, dei poveri, dei fragili. Ammirando la intensa, cruda, ironica e a modo suo non priva di speranza La speranza risiede proprio nello sguardo dell’artista che nel momento in cui è capace di rappresentare il reale , di coglierlo, di rivelarci quanto gli uomini siano incoscienti. Lo sguardo dell’artista che sa cogliere il lato comico, lieve, inconsapevole di un lasciarsi vivere, che non fa forse del male, ma neppure del bene lascia emergere dietro questa apparente serenità una certa solitudine, una certa perdita di identità, forse un’intima infelicità quella di chi ha rinunciato a cercarla e che si accontenta di molto meno. Il sorriso nasconde la solitudine, l’intimo scoraggiamento di chi ha smesso di cercare qualcosa di più. La Comédie humaine racchiude un’anima sconsolata, forse arida, forse persino un po’ cinica in alcuni casi. Dietro il riso, emerge la difficoltà di comunicare e infatti raramente queste figure comunicano veramente tra di loro , come nella bellissima tela delle amiche [4] Ma questa mancanza di speranza di valori in cui credere non si riesca a nascondere. La sofferenza che emerge in alcuni sguardi un po’ in rivolta ma che non sanno con chi prendersela rivela l’incapacità di guardarsi dentro. La pittura rappresentando non giustifica, la pittura non esprime giudizi morali, ma svolge la funzione preziosa di far emergere una realtà che non vorremmo vedere. L’arte Igor Molin ci consente di prendere coscienza della realtà umana che ci circonda, ci consente di decifrarla di riconoscerne sulla tela le infinite declinazioni, ci permette di comprendere che se acconsentire alla vita è una forma giusta di accettazione di ciò che la vita è, abbandonarsi al flusso smarrendo la coscienza, nel torpore di un sonno può generare mostri, certo talvolta grotteschi e che non fanno paura, ma che si insinuano con la loro fascinazione profonda fin nelle pieghe più riposte dell’animo…dove sgorga quell’acqua benacense che la ragazza dal volto pulito e dallo sguardo terso beve come un sorso, une promesse de bonheur . [1] Igor Molin, CHUPA CHUPS, acrilico ed olio su tela, 50×60, 2005 [2] Pirandello così scrisse in un articolo del’20, Ironia: “…sissignori, anche una tragedia, quando si sia superato col riso il tragico attraverso il tragico stesso, scoprendo tutto il ridicolo del serio, e perciò anche il serio del ridicolo, può diventare una farsa. Una farsa che includa nella medesima rappresentazione della tragedia la parodia e la caricatura di essa, ma non come elementi sopramessi, bensì come proiezione d’ombra del suo stesso corpo, goffa ombra di ogni gesto tragico”. [3]IL VOLTO LUCIFERINO DELL’OCCIDENTE Intervista a Massimo Cacciari a cura di Claudio Prandini IL VERO NEMICO DEL CRISTIANESIMO NON Ẻ L’ISLAM, MA… «La vera differenza è che il Cristianesimo sa che la volontà dell’uomo è ferita. Che diventando libero, l’uomo diventa libero di fare il male. Ogni “morale” laica e illuminista presuppone il contrario: che ogni uomo ha in sé i princìpi universali dell’azione. Che il bene è scritto nella sua coscienza, e gli basta seguirla». …«Di più: ogni etica laica suppone che tutto ciò che si manifesta in me come mia natura è buono. Dunque i miei appetiti vanno soddisfatti perché buoni. Anzi, di più: perché necessari. Lungi dal predicare, come fanno i parroci, che gli appetiti vanno “ordinati”, il laicismo pone proprio gli appetiti alla base del vivere civile». [4] Igor Molin, AMICHE, acrilico e olio su tela, d. 130 cm, 2005

– di Cecilia Di Bona

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